Come dicevamo poco tempo fa per la situazione in Nigeria (articolo), le catene energetiche globali mostrano una fragilità crescente. I grandi produttori non sono più gli unici attori nel mondo delle commodities. Prendono sempre più peso realtà un tempo secondarie e punti di passaggio strategici ritenuti saldi in mano occidentale. Queste tensioni in punti di transito e corridoi strategici possono innescare shock improvvisi. Due nuovi fronti, uno di fronte all’altro, stanno riscrivendo la mappa del rischio: il Corno d’Africa e lo Yemen. In questo articolo, esploriamo l’impatto del riconoscimento israeliano del Somaliland e delle tensioni tra UAE e Arabia Saudita sulle rotte delle commodities.
Il Nodo del Corno d’Africa e dello Yemen
Il recente riconoscimento di Israele del Somaliland come stato indipendente ha un forte peso a livello energetico. Il Somaliland si affaccia sul Golfo di Aden, di fronte allo Yemen. Questa è una delle rotte di transito più critiche al mondo per il petrolio. Come dicevamo nell’articolo sui colli di bottiglia, moltissimo transito di petrolio e GNL passa attraverso questa rotta. Quindi il controllo sullo stretto di Bab el-Mandeb, lo stretto a sud del Mar Rosso, interessa sia ai maggiori produttori, sia ai maggiori consumatori, ma anche a nazioni con ambizioni egemoniche.
- Implicazioni: Un cambio di alleanze o un’instabilità in questa zona può minacciare direttamente il transito. Israele cerca un partner strategico per proteggere i suoi interessi e contrastare l’influenza iraniana. Questo, però, rischia di inasprire i rapporti con la Somalia ufficiale e di destabilizzare ulteriormente l’area.
Una frammentazione dello Yemen creerebbe molteplici attori statali con potere di interdizione sul traffico marittimo, aumentando esponenzialmente il rischio per le petroliere. Realtà che abbiamo toccato con mano in seguito agli attacchi degli Houthi dello Yemen.

Rappresentazione geografica del Corno d’Africa e dello stretto di Bab al-Mandab
Impatto diretto sulle commodities: prezzi e premi di rischio
Cosa significano questi sviluppi per il mercato dell’energia?
- Aumento del “premio geopolitico”: il prezzo del petrolio comincia a includere un costo fisso per i rischi in queste nuove faglie. Non si tratta più di eventi straordinari, ma di rischio strutturale;
- Volatilità da “notizie flash”: qualsiasi incidente (un attacco a una nave, una scaramuccia) vicino a Bab el-Mandeb può causare picchi di prezzo istantanei. I trader monitorano ormai queste aree come elementi non più secondari ma di grande rilievo sullo scacchiere mondiale;
- Ricalcolo delle rotte: le compagnie di navigazione potrebbero valutare rotte alternative (come il Capo di Buona Speranza), molto più lunghe e costose. Questo aumenterebbe i costi di trasporto per ogni barile;
- Gas Naturale (GNL) a Rischio: le stesse rotte sono vitali per le spedizioni di Gas Naturale Liquefatto dal Qatar verso l’Europa. Un’interruzione avrebbe effetti immediati sul mercato europeo del gas. Causando un’esplosione dei prezzi al TTF e un indirizzamento sempre più vincolato al mercato USA. Un singolo fornitore potrebbe andare ad accrescere le tensioni sui prezzi.
Cosa possono fare gli investitori?
In questo contesto, la strategia di investimento nelle energie richiede un nuovo approccio:
- Monitorare la geopolitica, non solo i fondamentali: le newsletter degli inventari petroliferi non bastano più. Bisogna seguire gli sviluppi diplomatici in aree critiche;
- Considerare i “beneficiari indiretti”: turbolenze nel Mar Rosso possono favorire produttori con rotte più sicure (es. petrolio USA o dell’Atlantico) o alternative di trasporto terrestre;
- Prepararsi alla volatilità: l’aumento del rischio geopolitico suggerisce di adottare strategie difensive e di diversificazione per gestire picchi di volatilità improvvisi;
- Guardare l’andamento dei prezzi in linea con gli eventi (vedi prezzo live).
Conclusione: la nuova mappa del rischio
La fragilità energetica globale ha trovato due nuove espressioni pericolose. Il riconoscimento del Somaliland e le crepe nell’asse anti-Houthi in Yemen stanno moltiplicando i punti di potenziale crisi lungo le arterie vitali del commercio petrolifero.
La lezione per il 2025 è chiara: la stabilità del prezzo del petrolio non dipende più solo dall’OPEC+. Dipende dalla stabilità di governi locali, dall’esito di conflitti regionali e dalle mosse delle medie potenze in corridoi strategici. Gli investitori devono allargare il proprio orizzonte di analisi: le prossime notizie che muoveranno il mercato potrebbero arrivare da realtà ignote ai più.
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Questo articolo è fornito esclusivamente a scopo informativo e non costituisce consulenza finanziaria. Si consiglia di consultare un professionista qualificato prima di prendere decisioni di investimento.




